Recensioni / Reviews

GENNARO SARDELLA. QUANDO LO SDEGNO DI UN ARTISTA SI FA INVENZIONE E POESIA

di Nino D’Antonio

Circola una folla di simboli, allusioni, metafore nella pittura di Sardella. Rappresentano la spia di quello che c’è dietro l’opera. Così mi è tornato alla mente un famoso assunto di Pascal: “L’uomo visibilmente è fatto per pensare… Il suo dovere è pensare come deve”. Un’affermazione che se da un lato si fatica ad associare a un pittore, dall’altro diventa del tutto appropriata e pertinente, se il pittore è Gennaro Sardella.
Mi rendo conto che una lettura compiaciuta finisca per fermarsi alla suggestione delle cromie e di quei segni che, di volta in volta, danno vita a soggetti che qui assumono un ruolo del tutto estraneo al loro originario destino. Ma questo è il mondo di Sardella. O ci si cala del tutto dentro, o si resta alla periferia dell’opera, la cui carica creativa è tutta al di là della rappresentazione.
A cominciare dal Mamozio. Sardella lo chiama così, ma potrebbe non avere nome, vista la pluralità dei ruoli che copre. E’ l’eterno contestatore, che a dispetto di quel suo sistematico attacco alla società in cui è costretto a vivere, continua ad essere ignorato, tradito, esposto ad ogni sorta di violenza e di ruberia, anche ai danni del suo onesto lavoro.
Mamozio cambia così sesso e faccia – unica costante quel naso da Pinocchio, simbolo della menzogna elevata a sistema – per potere agevolmente vestire i panni di chi subisce i più forti. A partire da quel potere, che vive e si esprime solo attraverso l’arroganza, i privilegi e i soprusi.
Si direbbe che tutto questo appartiene all’armamentario di un sociologo, piuttosto che di un artista. Ma l’inevitabile corteo d’immagini di cui vive la denuncia di Sardella (melanzane, pesci, semi, lingua, occhiali, tre seni e un’intricata geometria di fili) ci riportano non solo nell’ambito dell’arte, ma in quella più fantasiosa e creativa.
Ed è proprio in questo transfert dall’idea all’immagine che la pittura di Sardella si fa racconto, favola, mito. Per cui alla fine l’iniziale carica di ribellione risulta diluita, compressa, dissolta nel gioco inquietante delle figure, dei colori, delle maschere. Al punto che Mamozio sembra quasi tenere a freno il suo sdegno, vittima rassegnata di un mondo che nessuno vuole cambiare.
Penso possa tornare utile a questo punto ripercorrere le stagioni più significative della ricerca di Sardella. Il quale, pur restando fermamente ancorato al suo credo e alle sue contestazioni, si è servito di varie soluzioni formali e di differenti linguaggi per tradurre in racconti le sue denunce, ai confini del surreale.
E cominciamo dagli acquarelli, che segnano di certo la prima stagione di questa ricerca. E’ il momento più fresco e immediato, dove la rapidità dell’esecuzione porta alla sintesi e quindi alla caduta dei cosiddetti elementi di contorno. La mano deve procedere sicura nel costruire l’immagine (l’acquarello non consente correzioni), e il racconto va chiuso in una felice rappresentazione.
Di qui spunti di vita quotidiana, visti da Sardella in relazione alle figure-simbolo della sua pittura. Di qui l’originaria presenza del Mamozio-contestatore, indignato per  il trasformismo che dalla politica si è esteso al rapporto fra gli uomini, per cui vengono a mancare i modelli, i riferimenti, gli ancoraggi che ti consentono di non smarrire la via maestra.
Il racconto tuttavia rimane quasi liquido, e anche i passaggi più incisivi si fanno leggeri e piacevoli, grazie a quella tecnica di dissolvenze e sfumature, che è propria dell’acquarello.
“Datemi il  mio tozzo di pane” ha già in sé la forza dirompente di questo secondo momento. Ancora una volta la fedeltà ai contenuti, è fuori discussione. E’ cambiato, però, e di molto, il mezzo espressivo. Siamo a quella tecnica mista (olio, acrilico, inserimenti di scaglie d’argento e d’oro, di fili, di smalti) che meglio si presta a un discorso non solo più compiuto, ma più efficace.
Il rifiuto dei mali sociali si è intanto radicalizzato, fino a porsi come una costante nella pittura di Gennaro Sardella. Si direbbe anzi che senza questi contenuti la sua stessa pittura avrebbe difficoltà a sopravvivere. E invece, anche quando la narrazione si fa sofferta e sdegnata, la  pittura conserva intatti la sua magia e il suo fascino. Nel senso che il contenuto non soffoca mai l’immagine, la quale sembra addirittura estranea ad ogni rinvio e ad ogni protesta. Così, ancora una volta il messaggio è tutto da scoprire, al di là della tela.
Ma quali sono le spinte più forti in questo lungo processo ai mali della società? Anzitutto, lo strapotere della tecnologia, che ormai scandisce e domina ogni azione dell’uomo. Certo, il progresso ha indiscussi meriti nel miglioramento della nostra vita. Ma si è perso il senso della misura. Siamo diventati schiavi, rassegnati e dimentichi dei comportamenti di un tempo, tutti all’insegna della libertà.
In questo clima, chiediamo al progresso scientifico anche l’illusione di un’eterna gioventù. Non vogliamo solo star bene, ma essere piacenti, correggendo magari qualche tratto poco felice del nostro volto o del nostro corpo. E la medicina estetica ci accontenta. Per cui finiremo per essere un  po’ tutti uguali, senza quei difetti che pure connotano ogni singola persona. Una sorta di generale omologazione, dove sarà sempre più difficile essere se stessi.
La televisione, il cinema, gli istituti di bellezza offrono un campionario di gente perfetta. Ma solo esteriormente. Perché quello che si annida in ognuno di noi, non è modificabile. Anzi, tende a peggiorare, visto che si vive in una società dove l’apparenza conta più dell’essere.
Portare in pittura tutto questo, non è facile. I simboli e le metafore non sono sempre a portata di mano. E un pittore non ha altre vie. Così Sardella si è costruito una miniera d’immagini alle quali attinge per i suoi racconti tra favola e realtà. Alcune sono ricorrenti (e costituiscono la chiave di lettura per cogliere il messaggio), altre nascono di volta in volta legate all’opera, e sono destinate a non avere più vita.
L’assunto è in apparenza di quelli scontati. Non più di una riflessione: “Perché fare una cosa, quando già esiste?”. Su questa domanda Gennaro Sardella dà una svolta radicale alla sua pittura. Almeno per quanto riguarda la forma, il linguaggio. Non più un colore pastoso, morbido, governato nella varietà dei toni, ma una tavolozza forte, contrastata, aggressiva, che ci riporta per molti aspetti ai suoi esordi di pittore. E qui non va dimenticata la lunga formazione figurativa di Sardella, con la conseguente padronanza di un colore vivo e convincente.
Siamo a una prova difficile e rischiosa, anche perché ricorrono i contenuti di sempre, che ora sembrano confliggere con le cromie che appartengono ad un’altra stagione, quando il bisogno di denuncia era meno invasivo e pressante. Ma proviamo a osservare più da vicino qualche opera, a cominciare magari da quella etichettata “Mia mamma diceva sempre di sì”. In primo piano, due burattini mossi da una serie di fili. Precisi nel segno e forti nella colorazione. Il riferimento all’uomo d’oggi, sempre più burattino gestito dal puparo di turno, è più che evidente.
Ma anche “E’ arrivato l’idiota” si muove sulla stessa lunghezza d’onda. Una maschera a tutto campo fra Arlecchino e Pinocchio. Al lungo naso di quest’ultimo, Sardella sostituisce una lingua variopinta che fuoriesce dalla bocca a mò di serpente. L’orecchio è una melanzana (un simbolo quantomai ricorrente, che il pittore vede come matrice dell’umanità), e sul cappello fa bella mostra di sé un pesce con gli occhiali.
E’ una costruzione surrealistica, che ha tuttavia non pochi ancoraggi con la realtà del nostro tempo. Non mancano le allusioni a contraltare fra essere e apparire, fra quello che siamo e le tante maschere di cui ci serviamo ogni giorno per presentarci agli altri, così come ci vogliono.
Negli ultimi anni, Sardella ha optato per la terza dimensione. Ha ceduto, cioè, alla tentazione di farsi scultore. Così ha allungato le mani sull’argilla, eccitato e felice per la disponibilità della materia ad assumere qualsiasi forma.
La nuova esperienza è connessa con le celebrazioni per i centocinquantanni dell’Unità d’Italia. Ancora una volta, l’evento ha offerto il fianco a un confronto tra le due Italie. Ma senza il rimpianto o l’elogio del passato. Anche allora le cose non andavano nel senso giusto. E non è mai cambiato niente. Per cui Sardella fa montare a cavallo il personaggio- simbolo della sua ricerca, che va incontro ai tre simboli del potere: la Chiesa, la magistratura e il popolo, resi tutti e tre attraverso immagini false ambigue.
Così la Chiesa è rappresentata nei suoi paludamenti da circo equestre, ma lontana dalle aspettative di chi crede in Dio; la magistratura, incerta e smarrita, attraverso una serie di impensabili e differenti figure, che fuoriescono dal tocco (il riferimento alla dissonanza fra le leggi, nasce spontaneo); e infine il popolo, raffigurato da un insieme di frammenti umani, incapaci di farsi corpo, e quindi forte tessuto sociale, in grado di incidere sul potere.
Ed eccoci al più recente approdo di Gennaro Sardella, di certo destinato ad essere superato, vista la spinta creativa e l’irrequietezza dell’artista. Siamo a un passaggio meno conflittuale e più disteso del pittore. Una sorta di pausa nel leitmotiv della sua ricerca. E ha provarlo è già quel titolo che fa da incipit alle opere: “Se mi dai una mano, faccio il caffè”.
Appare fin troppo evidente che il pittore – senza tradire quel suo mondo fatto di rimostranze e di speranze – si ritaglia uno spazio meno aggressivo e turbolento. Un topos dove dar sfogo all’altra faccia della sua ricerca. Quella legata a una serie di monili in oro e argento.
Sono anelli, colliers, bracciali, ciondoli, tutta una gamma di complementi per l’eleganza della donna. Un’area d’indagine fin qui del tutto estranea a Sardella, e a prima vista poco conciliabile con le precedenti esperienze. Ma puntuale ritorna tutto il suo passato di proteste e di denuncia, sia pure miniaturizzato. Un’impresa tutt’altro che agevole, se si considerano le dimensioni del gioiello rispetto alla vastità dei contenuti.
Ritroviamo, così, con requisiti di affascinante perfezione, tutti i simboli che hanno popolato la ricerca di Sardella, dalla pittura alla scultura. Anche se – a ben guardare – pur rimanendo fedele alla sua poetica, l’artista ha maturato soluzioni autonome, peraltro imposte dalle ridotte dimensioni dei pezzi, tutti destinati all’indossaggio.
Spunta così, fra anelli e ciondoli, il corteo di melanzane, pesci, occhiali, nonché la maschera di quel personaggio-tipo (il Mamozio), da sempre linfa vitale delle sue opere. Fin qui  la rapida lettura di questi successivi momenti di ricerca. Per i quali – ripeto – pur nel variare delle soluzioni formali, rimane costante la tematica di fondo.
Sardella è un artista che lotta con se stesso prima che con gli altri. E’ un visionario, che si ritrova a scoprire ogni giorno quanto il mondo sia diverso da quello vagheggiato. E ne soffre. E s’infuria. E reagisce. Come può fare un artista. Nella speranza che prima o poi qualcosa cambi.


(Version française)

GENNARO SARDELLA. QUAND L’INDIGNATION D’UN ARTISTE DEVIENT IMAGINATION ET POÉSIE

di Nino D’Antonio

Des symboles, des allusions, des métaphores serpentent dans la peinture de G. Sardella ; ils représentent les indices de ce qui se cache derrière son oeuvre. Ainsi me suis-je souvenu d’un célèbre aphorisme de Pascal: « l’homme est visiblement fait pour penser, […]. Tout son devoir est de penser comme il faut… ». Une affirmation, qui si d’un côté est difficilement associable à un peintre, d’un autre devient entièrement appropriée et pertinente, si le peintre est Gennaro Sardella.
Je me rends compte qu’une lecture complaisante pourrait s’arrêter aux suggestions des couleurs et des signes qui, de temps en temps, donnent vie à des sujets qui assument un rôle complètement étranger à leur fonction première. Mais c’est le monde de G. Sardella. Ou nous y pénétrons totalement ou nous restons à la périphérie de son oeuvre, dont l’énergie créative va au-delà des représentations.
Commençons par Mamozio. G. Sardella le nomme ainsi, mais il pourrait n’avoir aucun nom, vu la pluralité des rôles qu’il endosse. C’est l’éternel contestateur qui malgré ses attaques systématiques contre la société dans laquelle il est obligé de vivre, continue à être ignoré, trahi, exposé à toutes sortes de violence et tromperie, affectant aussi son honnête travail.
Mamozio change de sexe et de figure – la constante unique étant ce nez de Pinocchio, symbole du mensonge élevé à un système – pour pouvoir revêtir les habits de qui subit les plus forts, ce système même qui vit et s’exprime seulement à travers l’arrogance, les privilèges et les abus.
On pourrait penser que tout cela appartient à l’attirail d’un sociologue plutôt que d’un artiste. Mais l’inévitable cortège d’images grâce auquel la dénonciation de G. Sardella prend vie (aubergines, poissons, semences, langue, lunettes, seins multiples et une géométrie intriquée de fils) nous ramène non seulement dans l’espace de l’art, mais dans celui plus imaginatif et créatif.
Et c’est précisément dans le transfert de l’idée à l’image que la peinture de G. Sardella, devient récit, fable, mythe. Donc, à la fin, l’assaut initial de rébellion se retrouve dilué, comprimé, dissous dans le jeu inquiétant des illustrations, des couleurs, des masques. Au point que Mamozio semble retenir quasiment son indignation, victime résignée d’un monde que personne ne veut changer.
Je pense qu’il peut être utile maintenant de retourner dans le temps pour parcourir les saisons les plus significatives de la recherche de G. Sardella, qui, bien que restant fermement attaché à son credo et à ses contestations, s’est servi de divers moyens formels et de différents langages pour traduire en récits ses dénonciations au confins du surréel.
Commençons par les aquarelles, qui marquent certainement la première saison de cette recherche. C’est le moment le plus frais et immédiat, où la rapidité de l’exécution porte à la synthèse et donc à la chute des éléments d’ornement. La main doit procéder de façon sûre dans la construction de l’image (l’aquarelle ne permet pas de corriger) et le récit se termine dans une représentation heureuse.
De là, l’inspiration de la vie quotidienne, vue de G. Sardella en relation à la figure-symbole de sa peinture. De là, la présence originelle du Mamozio-contestateur, indigné par l’opportunisme qui de la politique s’est étendu aux rapports entre les hommes, alors les modèles, les références, les attaches qui nous permettent de ne pas perdre la voie, viennent à manquer.
Le récit, reste toutefois presque liquide, même si les passages les plus incisifs se font légers et plaisants, grâce à cette technique de dissolution et de subtilité, propre à l’aquarelle.
« Donnez-moi mon morceau de pain » possède déjà en lui, la force explosive de cette deuxième saison. Encore une fois la fidélité aux contenus est hors de discussion, mais le moyen expressif a, en revanche, beaucoup changé. Nous avons cette technique mixte (huile, acrylique, insertion d’écailles d’argent et d’or, de fils, d’émaux) qui se prête mieux à un discours non seulement plus accompli, mais plus efficace.
Le refus des maux sociaux s’est cependant radicalisé, jusqu’à s’imposer comme une constante dans la peinture de Gennaro Sardella. Au contraire, nous pourrions dire que sans eux, sa peinture même aurait des difficultés à survivre. Au lieu de cela, même quand la narration devient difficile et indignée, sa peinture conserve sa magie et sa fascination intactes, dans le sens où le contenu n’étouffe jamais l’image, cette dernière semble même étrangère à tout sursis ou protestation. Ainsi, encore une fois, le message est à découvrir au-delà de la toile.
Mais quels sont les processus les plus forts qui accentuent les maux de la société ? Tout d’abord, la toute-puissance de la technologie, qui désormais, rythme et domine chaque action de l’homme. Certes, le progrès a d’indiscutables mérites dans l’amélioration de notre vie, mais nous avons perdu le sens de la mesure. Nous sommes devenus des esclaves, résignés et oublieux des comportements d’un temps, tous à l’insigne de la liberté.
Dans ce climat, nous demandons aussi au progrès scientifique l’illusion de l’éternelle jeunesse. Nous ne voulons pas seulement nous sentir bien, mais aussi être plaisants, en corrigeant peut-être quelques traits peu heureux de notre visage ou de notre corps ; et la chirurgie esthétique nous contente. Nous finirons donc par être tous un peu pareils, sans ces défauts qui pourtant nous distinguent de tous les autres.une sorte d’homologation générale, où il sera toujours plus difficile d’être soi-même.
La télévision, le cinéma, les instituts de beauté offrent un échantillon de personnes parfaites. Mais seulement extérieurement. Parce que ce qui se niche au sein de chacun de nous n’est pas modifiable. Au contraire, il tend à empirer, puisque nous vivons dans une société où l’apparence compte plus que l’être.
Rendre tout ceci en peinture n’est pas aisé. Les symboles et les métaphores ne sont pas toujours à portée de main, et un peintre n’a pas d’autres moyens. Ainsi G. Sardella s’est créé une mine d’images dans laquelle il puise pour ses récits entre fable et réalité. Certaines sont récurrentes (et constituent la clef de lecture pour recueillir le message), d’autres naissent de temps en temps, liée à l’oeuvre et sont destinées à n’avoir plus de vie.
Le sujet est en apparence évident. Pas plus qu’une réflexion : « pourquoi faire une chose, quand elle existe déjà ? ». À partir de cette question Gennaro Sardella imprime un virage radical à sa peinture, du moins en ce qui concerne la forme, le langage. Ce n’est plus une couleur moelleuse, douce, déclinée par la variété des tons, mais une palette forte, contrastée, agressive, qui nous ramène par de nombreux aspects, aux débuts du peintre. Là, nous ne pouvons faire abstraction de la longue formation figurative de G. Sardella, qui lui permet ainsi de maîtriser les couleurs vives et convaincantes.
Nous sommes devant une épreuve difficile et risquée, aussi parce que reviennent les contenus de toujours, qui maintenant semblent entrer en conflit avec les couleurs qui appartiennent à une autre saison, quand le besoin de dénoncer était moins invasif et pressant. Observons de plus près quelques oeuvres, en commençant par exemple par celle intitulée « ma maman disait toujours oui ». Au premier plan, deux marionnettes mues par une série de fils. Précis dans le signe et forts dans la coloration. La référence à l’homme d’aujourd’hui, toujours plus la marionnette du manipulateur du moment, est plus qu’évidente.
Mais aussi « l’idiot est arrivé » est sur la même longueur d’ondes. Un masque entre Arlequin et Pinocchio. À la place du long nez de ce dernier, G. Sardella substitue une langue multicolore qui sort de la bouche comme celle d’un serpent. L’oreille est une aubergine (un symbole tout à fait récurrent, que le peintre voit comme matrice de l’humanité) et sur le chapeau, un poisson avec des lunettes se met en valeur.
C’est une construction surréaliste, qui a pourtant beaucoup à voir avec la réalité de notre temps. Les allusions ne manquent pas pour balancer entre être et apparaître, entre ce que nous sommes et tous les masques dont nous nous servons tous les jours pour nous présenter aux autres, comme ils nous veulent.
Ces dernières années, G. Sardella a opté pour une troisième dimension, c’est-à-dire qu’il a cédé à la tentation de devenir sculpteur. C’est ainsi qu’il a été attiré par l’argile, excité et heureux par la disposition de la matière à prendre n’importe quelle forme.
La nouvelle expérience est concomitante avec les célébrations des 150 ans de l’Unité de l’Italie. Encore une fois, l’événement a offert le terrain à la confrontation des deux Italie. Mais sans regret ni éloge au passé. Et même alors, les choses n’allaient pas dans le bon sens. Et rien n’a jamais changé. C’est pourquoi G. Sardella fait monter à cheval son personnage- symbole de sa recherche, qui va contre les trois symboles du pouvoir : l’Église, la magistrature, et le peuple, montrés au travers d’images fausses et ambigües.
Ainsi l’Église est représentée dans son enfoncement de cirque équestre, loin des attentes du qui croit en Dieu ; la magistrature, incertaine et perdue, à travers une série de figures impensables et différentes, qui sortent du rythme (la référence à la dissonance entre les lois naît spontanément) ; et enfin, le peuple, représenté par un ensemble de fragments humains, incapables de constituer un corps, et donc d’un fort tissu social, capable d’influencer le pouvoir.
Et nous voici au plus récent accostage de G. Sardella, certainement destiné à être dépassé, vue la poussée créatrice et la turbulence de l’artiste. Nous sommes dans un passage moins conflictuel et plus détendu du peintre. Une sorte de pause dans le leitmotiv de sa recherche. Pour le prouver, le titre en guise d’incipit aux oeuvres: « si tu me donnes un coup de main, je te fais un café. »
Il semble presque trop évident que le peintre – sans trahir son monde fait de remontrances et d’espérances – se crée un espace moins agressif et turbulent. Un terrain où peut se défouler l’autre versant de sa recherche, celle liée à une série de bijoux en or et en argent.
Ce sont des anneaux, des colliers, des bracelets, des pendentifs, toute une gamme de compléments pour l’élégance de la femme. Une aire de prospection jusqu’ici complètement étrangère à G. Sardella, et à première vue, peu conciliable avec les expériences précédentes. Mais son passé de protestations et de dénonciations revient ponctuellement, mais si en miniature. Une entreprise bien loin d’être aisée, si nous considérons les dimensions du bijou par rapport à l’ampleur des contenus.
Nous retrouvons ainsi, avec des exigences d’une perfection fascinante, tous les symboles qui ont peuplé la recherche de G. Sardella, de la peinture à la sculpture. Même si, en regardant bien, et tout en restant fidèle à sa poétique, des solutions autonomes ont mûri, malgré les dimensions réduites des pièces, toutes destinées à être portées.
Surgit ainsi, entre anneaux et pendentifs, tout le cortège d’aubergines, de poissons, de lunettes, ainsi que le masque du personnage-type (le Mamozio), depuis toujours la lymphe vitale de ses oeuvres. Jusqu’ici, une rapide lecture des moments successifs de ses oeuvres, pour lesquelles, je répète, malgré les variations des solutions formelles, la thématique de fond reste constante.
G. Sardella est un artiste qui lutte avec lui-même avant que de lutter contre les autres. C’est un visionnaire qui se retrouve à découvrir tous les jours combien le monde est différent de celui auquel il aspire. Il en souffre. Il enrage. Il réagit. Comme peut le faire un artiste. Dans l’espérance qu’un jour ou l’autre, quelque chose change.


(Deutchen fassung)

GENNARO SARDELLA. WENN DER ZORN EINES KÜNSTLERS SICH IN ERFINDUNGSGABE UND POESIE VERWANDELT

di Nino D’Antonio

Symbole, Andeutungen, Metaphern schlängeln sich durch die Malerei von Gennaro Sardella; sie geben Hinweise auf das, was sich hinter seinem Werk verbirgt. Ich habe mich an einen Aphorismus von Pascal erinnert: „Der Mensch ist offensichtlich zum Denken gemacht“, (…). Alles, was er tun muss, ist zu denken, wie es richtig ist. Eine Bejahung, die eigentlich nicht zu einem Maler passt, doch vollständig passend wird, wenn der Maler Gennaro Sardella heißt. Ich stelle fest, dass eine gefällige Lesart bei den Farbempfehlungen anhalten könnte und bei den Merkmalen, die ab und zu den Themen Leben einhauchen, die eine vollkommen fremde Rolle der ursprünglichen Funktion übernehmen. Doch das ist die Welt von Gennaro Sardella. Entweder tauchen wir ganz ein oder wir bleiben am Rande seines Werkes, dessen kreative Energie weit über die Vorstellung geht.
Fangen wir mit Mamozio an. Gennaro Sardella nennt ihn so, doch er könnte auch namenlos sein, wenn man die Vielzahl der Rollen betrachtet, die er repräsentiert. Er ist der ewige Querulant, der trotz seiner systematischen Angriffen auf die Gesellschaft, in der er leben muss, ignoriert, verraten wird, der Brutalität und den Täuschungen ausgeliefert, was auch seine Arbeit beeinflusst.
Mamozio wechselt sein Geschlecht und sein Gesicht, die einzige Konstante ist die Nase von Pinocchio, das Symbol der Lüge, die zu einem System erhoben ist- um die Kleider dessen zu tragen, der die Stärkeren zu spüren bekommt, dieses System, das lebt und sich durch Arroganz, Privilegien und Missstand ausdrückt. Man könnte meinen, all das gehört eher zur Studie eines Soziologen als zu der Studie eines Künstlers. Doch die Bilder, die Gennaro Sardella benutzt, um dieses System bloßzustellen (Auberginen, Fische, Samen, Sprache, Brillen, Brüste) führt uns immer wieder zur Kunst, zur Phantasie und zum Kreativen zurück. Gennaro Sardella bringt es fertig, Erzählung, Mythos und Fabel durch den Übertrag der Idee zum Bild auszudrücken.
Am Ende ist seine Rebellion verdünnt, komprimiert in seinen Illustrationen, Farben und Masken. Es scheint, also ob Mamozio seine Empörung zurückhalten würde, Opfer einer Welt, die niemand ändern will.
Ich möchte nun die wichtigsten Stadien der Suche von Gennaro Sardella  hervorheben, die, auch wenn er seinem Credo treu bleibt, sich diverser Trends bedient.
Beginnen wir mit der Aquarellmalerei, wohl die erste Zeit seiner Suche. Hier ist der Ausdruck frisch und direkt, die Schnelligkeit des Malens zielt auf die Synthese und damit auf das Ziel der schmückenden Elemente. Die Hand muss sicher vorgehen (beim Aquarellmalen kann man nicht korrigieren) und das Bild endet in einer geglückten Darstellung. Das tägliche Leben, das Gennaro Sardella durch Symbole in seiner Malerei ausdrückt. Daher die originelle Anwesenheit von Mamozio, der Rebell, empört über den Opportunismus, der sich von der Politik auf das Leben des Menschen übertragen hat, wo Modelle, Referenzen und Zugehörigkeit, die uns den Weg nicht verlieren lassen, plötzlich fehlen.
Die Erzählung bleibt flüssig, wenn auch der bissigste Passus leicht und heiter ist, dank der Technik der Aquarellmalerei.
Gebt mir ein Stück Brot‘ beinhaltet schon in sich selbst das Explosive der zweiten Saison. Der Inhalt bleibt sich treu, doch die Art des Ausdruckes hat sich sehr geändert. Hier geht es um eine gemischte Technik (Öl, Acryl, Einfügen von Gold-und Silberpartikel), die noch besser das Gesagte hervorhebt.
Die Nichtbeachtung der sozialen Misere hat sich indes radikalisiert, um sich als Konstante in der Malerei von Gennaro Sardella durchzusetzen. Ohne sie, könnte man meinen, hätte seine Malerei Schwierigkeiten zu ‚überleben‘. Auch wenn seine Werke schwierig und aufgebracht sind, bleiben seine Bilder voller Magie, der Inhalt ersticht nie das Bild. Letzerem scheint jeder Protest fremd. Die Botschaft muss hinter dem Bild gesucht werden. Doch was verstärkt die Übel der Gesellschaft. Zuerst Mal die Allmacht der Technologie, die jede Aktion des Menschen bestimmt. Natürlich ist der Fortschritt für unser tägliches Leben eine wertvolle Sache, doch haben wir die Verhältnismäßigkeit verloren. Wir sind Sklaven der Technik geworden.
Wir verlangen auch vom wissenschaftlichen Fortschritt ewige Jugend. Wir wollen uns nicht nur wohl fühlen, sonder auch schön aussehen, wir lassen weniger schöne Aspekte unseres Äußeren korrigieren und dafür ist die Schönheitschirurgie da. Bald werden wir uns alle ein wenig gleichen, ohne Makel, die uns von anderen unterscheiden, eine Art von Typengleichheit, wo es schwierig wird, sich selbst treu zu bleiben.
TV, Kino, Schönheitsinstitute zeigen eine Auswahl von perfekten Menschen. Aber nur äußerlich. Denn unser Selbst kann man nicht ändern. Im Gegenteil, das Selbst neigt dazu, schlimmer zu werden, da in unserer Gesellschaft der Schein mehr zählt als das Sein. Dies in der Malerei auszudrücken ist nicht leicht. Symbole und Metapher sind nicht leicht zu finden und ein Künstler hat sonst keine anderen Mittel.
Gennaro Sardella hat sich einen Vorrat an Bildern geschaffen, aus dem er für seine Kreationen schöpft zwischen Mythos und Wirklichkeit. Das Thema ist scheinbar klar. Nicht mehr als eine Überlegung: ‚Warum etwas machen, was es schon gibt?‘ Auf diese Frage hin gibt Gennaro Sardella seinen Bildern eine radikale Änderung, was die Form betrifft. Jetzt sind seine Farben nicht mehr weich, zart, abgeschwächt durch die Vielfalt der Töne, sondern sie sind eine Palette aus Stärke, Kontraste, Aggressivität, die uns an die Anfänge des Maler erinnern. Hier können wir das Figurative beiseitelassen, das ihm erlaubt, kräftige Farben zu meistern.
Wir sind vor einer schwierigen und riskanten Prüfung, auch weil der frühere Inhalt zurück kommt, der im Konflikt mit den Farben einer anderen Zeit steht, als der Drang, anzuprangern weniger stark war. Betrachten wir einige Werke, z. B. ‚Meine Mutter sagte immer ja‘. Im Vordergrund sehen wir zwei Marionetten, bewegt durch Schnüre. Präzise als Bild vom heutigen Menschen, immer mehr die Marionette der manipulierenden Person.
Oder ‚Der Idiot ist gekommen‘. Eine Maske zwischen Harlekin und Pinocchio. Anstelle der langen Nase von Pinocchio hat Gennaro Sardella eine lange bunte Zunge gemalt, die sich aus dem Mund wie eine Schlange schlängelt. Das Ohr ist eine Aubergine (ein wiederkehrendes Symbol, das Gennaro Sardella als die Matrix der Menscheint sieht) und auf dem Hut setzt sich ein Fisch mit Brille in Pose. Das ist ein surreales Konstrukt, das aber viel mit der Wirklichkeit unserer heutigen Zeit zu tun hat. Die Anspielungen fehlen nicht, um zwischen Schein und Sein zu schwanken, zwischen dem, was wir sind und den Masken, die wir jeden Tag aufsetzen, um uns so zu zeigen, wie man will, dass wir sind.
In den letzten Jahren hat sich Gennaro Sardella für eine dritte Dimension entschieden, er hat sich entschlossen, zur Skulptur zu wechseln. Er wurde vom Lehm wie verzaubert angezogen, aufgestachelt und glücklich zu erkennen, welche Formen Lehm annehmen kann. Sein neues Experimentieren fällt zusammen mit dem 150-jährigen Jubiläum der italienischen Einheit. Dieses Ereignis zeigte die Konfrontationen der zwei Seiten Italiens.  Ohne Bedauern und ohne Lobrede über die Vergangenheit. Nichts hat sich geändert. Daher lässt Gennaro Sardella  seine Figur auf ein Pferd steigen, Symbol seiner Suche, die sich gegen die drei Machtsymbole widersetzt:  die Kirche, das Gerichtswesen und das Volk, die anhand falscher und zweideutiger Bilder  gezeigt werden. So wird die Kirche als Verformung eines Pferdezirkus‘ dargestellt, weit entfernt der Erwartungen der Gläubigen; das Gerichtswesen, unsicher und verloren, wird durch eine Serie von unwahrscheinlichen Figuren dargestellt, die aus dem Rhythmus sind (der Hinweis zur Widersprüchlichkeit der Gesetze fällt einem sofort ein) und schließlich das Volk, dargestellt durch eine Reihe von menschlichen Teilen, unfähig einen ganzen Körper darzustellen, und deshalb keine tragfähige Sozialkultur, die die Macht beeinflussen könnte.
Nun sind wir bei den neuesten Arbeiten von Gennaro Sardella angekommen. Diese Passage ist weniger konfliktbeladen und lockerer. Eine Art Verschnaufpause bei seiner Suche eines Leitmotivs. Als Beweis ist der Titel der Einleitung ‚ Hilfst du mir, mache ich dir einen Kaffee‘. Es ist fast zu offensichtlich, dass der Maler- ohne sein Welt voller Proteste und Hoffnungen zu verraten – sich eine weniger aggressive und turbulente Umgebung schafft. Eine Welt, in der er seine andere kreative  Seite zeigen kann, in der er sich dem Herstellen  von Gold- und Silberschmuck widmet. Er stellt Ringe, Halsketten, Armbänder, Anhänger her, ein großes Angebot für die Frau. Ein Gebiet der Exploration, das bisher Gennaro Sardella fremd war und auf den ersten Blick nicht vereinbar scheint mit seinen vorhergehenden Arbeiten. Doch seine Vergangenheit, begleitet von Protesten und Enthüllungen, kommt immer wieder zum Vorschein, doch sehr minimal. Eine nicht leichte Vorgehensweise, wenn man den Schmuck dem Inhalt gegenüber stellt.  Wir finden hier alle Symbole, die die Suche von Gennaro Sardella zeigt, von der Malerei bis hin zur Skulptur. Doch bleibt er sich treu trotz der geringen Größe der Objekte, die zum Tragen gedacht sind. Zwischen Anhänger und Ringe findet man Auberginen, Fische, Brillen, ebenso den Maskentyp (Mamozio). Bis jetzt, liest man die auf einander folgenden Werke, bleibt die Thematik konstant.
Gennaro Sardella kämpft zuerst mit sich selbst, bevor er gegen die anderen kämpft.
Ein Visionär, der jeden Tag feststellen muss, wie anders die Welt, in der er leben möchte, ist. Er leidet darunter, es macht ihn wütend, er reagiert. Wie ein Künstler.  In der Hoffnung, dass eines Tages sich etwas ändert.